High-income Sacrifice Zone [HISZ]
(zona di sacrificio ad alto reddito)
di Alberto Peruffo
COSA SIGNIFICA
«Sul cielo [del capitalismo] è scesa la notte».
Piero Bevilacqua
Elogio della radicalità, 2013
«Il paesaggio come precipitato di voci del passato
giudica gli uomini che lo hanno abitato e che lo abitano.
Giudica i vivi e i morti. Anche i morti, sì, anche loro».
Gabriele Fedrigo
Terra delle mie brame, 2024
La Zona di Sacrificio ad Alto Reddito è l’ultimo respiro dell’universo capitalistico. È un passaggio di stato non contemplato – per le conseguenze mortali – dall’economia, in senso stretto [1]. Un passaggio non metabolizzato, perché uccide l’economia stessa. La quale non può pensare alla propria morte, perché essa si pensa a priori come infinita [2]. La ZSAR rappresenta l’ultimo passaggio di stato prima del crollo sistemico del modello capitalista, se per capitalismo intendiamo la forma più alta dell’arroganza umana sistemica, la pre-potenza fattasi sistema autoriproduttivo, altamente “economico”, superiore ad altre forme di prepotenza e di asservimento degli ecosistemi [3]. Superiore per aver assoggettato ogni cosa – pure se stessa, i propri cari – alla logica del profitto e dell’accumulo infinito nelle mani dei prepotenti e dei loro servitori, trasversali. Modello che di fatto distrugge la stessa società capitalista, e quindi, ogni ipotesi di società in cui quel modello si insinua. Le prepotenza del modello capitalista mette a rischio di sacrificio il concetto stesso di società.
La ZSAR è il vertice massimo a cui può arrivare il capitalismo, come modello sociale, e che ne decreta, al suo stesso tempo, la morte, per mano propria: il suicidio [4]. Le Zone di Sacrificio ad Alto Reddito rappresentano la forma più alta e ultima dell’arroganza umana nei confronti della natura tutta, biotica e abiotica, senza distinzione e senza discriminazione alcuna. È l’inquinamento sistemico di tutto ciò che esiste, compresi i propri figli, le proprie terre, i propri domini. L’accumulo tossico mina le fondamenta dello stesso accumulo.
La ZSAR è di fatto l’inquinamento sistemico di tutto l’esistente, in tutti i suoi strati e livelli. I suoi effetti agiscono anche a livello cognitivo, nelle memorie e nei depositi cognitivi che l’umanità ha prodotto nel corso dei secoli, oltre che in tutti i livelli dei codici funzionali biotici, compromettendo, progressivamente, in ordine di importanza, il livello riproduttivo, quello epigenetico, quello fisiologico-funzionale, fino alle complesse interrelazioni tra livelli cognitivi e neuroplastici di tutti gli organismi viventi [5].
- Culturalmente – a livello di deposito cognitivo simbolico – nelle ZSAR diventa esemplare non tanto la morte, annunciata dagli ultimi filosofi [6], di Dio – già sepolto dal consumo egotico, rivolto a se stesso, dovuto all’abuso tecnoscientifico della nostra civiltà, di cui il capitalismo è figlio – ma la morte addirittura della natura tutta, dei suoi principi, espressi dalle prime proposizioni della civiltà occidentale riconducibili ai Presocratici, i primi filosofi greci, in particolare alla prima proposizione in assoluto attribuita da Aristotele a Talete, nel primo libro della Metafisica [7]: «In principio era l’acqua». Ora non più. L’acqua – superiore, come sostanza primaria, ad ogni ipostasi divina idealizzata dalle nostre culture – veicola ogni forma di vita, tanto che si potrebbe definire, connotare la vita, le sue forme, come involucri di acqua rappresa, gocce tenute dentro a delle superfici protettrici che formano organuli e organismi, sistemi autopoietici e sufficienti a se stessi, anche se non imperituri. Nelle ZSAR l’acqua – il principio primo di Talete – è stata/o violata/o irreversibilmente. Lo stesso accade per le altre matrici primarie. Le cui conseguenze più remote – di questa violazione sistemica – sono, oltre alla patologia metabolica diffusa nei biomi fortemente antropizzati (Intensive Anthromes [8]), il deserto climatico, dovuto al riscaldamento globale: la scomparsa dell’acqua ad uso biotico per le mutate condizioni climatiche causate dall’abuso delle risorse naturali ad opera degli umani.
- La causa origine di questa morte “superiore” allo stesso Dio – nella cofattoriarialità delle cause – io credo possa essere, con buona probabilità (con l’apporto di molti studiosi, filosofi e scienziati della politica), l’inserto del pensiero tardocristiano e dei suoi controcanti monoteisti nelle culture panteiste, con tutta la violenza che questa esclusione del “finito organico pluriverso”, l’antico Pan, porta con sé: esclusione fatta di domini, gerarchie, giudizi, sacrifici et sim. teorizzati e amplificati dai razionalismi successivi [9]. La “violenza del pensare” all’illimitato nel limite del creato, del vivibile e del visibile, del fruibile, ha creato un dolore cognitivo – uno iato senza misura – irreparabile e manipolabile da chi detiene il potere a priori. Specie dalle Chiese e dalle Dottrine. Per secoli. Uno iato cognitivo che se inserito in un potenziale ad alto valore aggiunto consegnato dagli incredibili sviluppi tecno-scientifici della scienza coeva al tardocapitalismo (l’epoca che si vorrebbe chiamare Antropocene), diventa incontrollabile e porta – oltre ad altre violenze narrate dalla storia – alla morte del sistema, per necrosi progressive e patologia diffusa. Ma questo non è il luogo delle cause. Bensì delle caratteristiche e degli effetti.
Il capitalismo, forma massima concreta di questa convergenza di pensiero, con le Zone di Sacrificio ad Alto Reddito, è arrivato al capolinea. La “frattura” [10] si è fatta “faglia”, metabolica, nel cuore del vivente. Nei territori di sacrificio, ad alto reddito, questo modello sta uccidendo se stesso, creando delle vere e proprie faglie metaboliche – biotiche – che lo porteranno alla morte, proprio per le condizioni irreparabili create dall’alto reddito. Si potrebbe dire che le ZSAR, per la loro alta intensità patologica, irreversibile, sono il cancro del capitalismo, le sue zone cancerogene.
Una patologia tumorale che lo porterà al declino definitivo, nonostante le cure. Di più: proprio per questa illusoria, finale, promessa di reddito, pure nel male, siamo di fronte a una patologia mortale senza ritorno. Le cure – ultima tra queste, il greenwashing (v. Capitalismo verde) – diventate esse stesse ulteriore fonte di reddito, rendono la patologia maligna, irreversibile, autodistruttiva. Evidenze sociali e ambientali di questo fine di civiltà emergono ovunque.
Per esperienza diretta, osservando la ZSAR forse più esemplare del mondo occidentale conosciuto, il Veneto centro-occidentale [11], dove lo scrivente ha vissuto e combattuto in prima linea, si prova qui a disegnarne i contorni e le caratteristiche, per aprire strade a future indagini approfondite, accademiche. E per accelerare il crollo del sistema capitalistico.
Le ZSAR – le terre dove il lavoro legale che porta alla morte il cuore del sistema è diventato fonte di alto reddito – hanno i seguenti tratti distintivi:
- l’interferenza metabolica biotica o della violazione funzionale del vivente;
- il danno preterintenzionale o delle conseguenze rimosse;
- l’alto reddito plurifonte o della produttività del male;
- il crimine istituzionalizzato o del lavoro sporco legalizzato o della violenza silenziosa a norma di legge;
- l’inazione politica o della “rana bollita”;
- il basso reddito di conoscenza e belligeranza o della ignavia morale;
- NMN. No More Nimby o della colonizzazione di ogni cosa, di se stessi, del “Nord del mondo”, del proprio giardino;
- il suicidio collettivo o dell’accumulo biocida, diffuso a tutto l’esistente;
- lo spaesamento spazio-temporale o dell’astrazione del/dal terrestre;
- la spannometria intrinseca alle cose e alle persone o della disfunzione cognitiva-informativa-creativa.
- l’interferenza metabolica biotica o della violazione funzionale del vivente. Essa porta non tanto al collasso ecosistemico dei fattori inorganici, abiotici (che condizionano la vita degli umani), ma a morte o patologie o disfunzioni diffuse – specifiche – tutte le forme di vita. L’interferenza avviene nei codici funzionali. Nelle Zone di Sacrificio in generale, anche a basso reddito, le produzioni/scarti di umana fattura interferiscono con il metabolismo delle forme di vita, nei vari e complessi aspetti. Interferiscono al massimo grado di articolazione nelle ZSAR, essendo queste più attrattive e illusoriamente sicure rispetto ad altre zone di sacrificio, dove il male ha via meno complesse ed articolate e dove lo stesso “male prodotto” è meno redditizio per condizioni meno favorevoli. Questi scarti di produzione modificano il regolare corso della vita non tanto o solo nelle forme dei grandi cicli del nostro mondo (con effetti climatici, atmosferici, catastrofici) ma soprattutto nei cicli biologici di base dei singoli organismi. Sono protagonisti di una disfunzione organica diffusa a tutti i livelli biotici (genetico, epigenetico, funzionale, strutturale, comportamentale), una disfunzione che per certi aspetti si può definire involontaria e fuori controllo [12].
- Si pensi alle interferenze metaboliche endocrine (“endocrine disruptors”, perturbatori endocrini) prodotte dalle nuove sostanze chimiche, diffuse ovunque, ma prodotte e usate, per il loro altissimo profitto, soprattutto nelle zone ricche del mondo, come i fitofarmaci ad alta efficienza produttiva usati nell’agricoltura industriale per i prodotti del mercato “elitario di massa” [13]. Si pensi ai perfluoroalchilici usati in moltissimi rami delle catene produttive che hanno come fine i grandi consumi, spesso inutili, ma proprio per la loro pervasività produttiva, generatori di profitti incommensurabili. L’interferenza metabolica biotica è quindi, su grande scala e a livello sociale, una «interferenza ecologica patologica» interna agli organismi viventi, essendo entrata nel cuore esistenziale degli stessi, che porta alla morte il sistema-mondo nella sua parte biotica, provocata dagli stessi esseri viventi e non da forze naturali non-viventi, da mutate condizioni abiotiche. A livello umano, come per il crimine ambientale, a cui è collegata, è una «interferenza sociale patologica» che distrugge o altera tutto ciò che incontra. Distrugge le società. Le rendi incivili, pur nella patina di un finto benessere. In altre parole, la società umana rischia di scomparire dalla natura, per causa propria. Di scomparire proprio nel – e per causa del – cuore “ricco” della sua stessa produzione.
- il danno preterintenzionale o delle conseguenze rimosse. Esso rende incontrollabile il male. Nella ZSAR il danno che provoca l’interferenza metabolica va sempre “oltre il danno” (lat. praeter «oltre») che gli stessi produttori pensano di produrre. Ossia, tutti sono consapevoli del male, ma nessuno sa quali conseguenze avrà, quali costi porterà alle comunità: l’importante è produrre subito, a breve termine. Il lungo termine – cartina di tornasole della preterintenzionalità – non è contemplato nelle menti dei produttori. Anzi, il breve termine delle “prime conseguenze del male”, come le future prossime, non quelle remote, diventano fonti di ulteriore reddito. Tali menti iperproduttiviste sono state private della “funzione logica predittiva” a lungo termine, contemplata nel concetto di temporalità, quindi disinnescate per quanto riguarda il male futuro, mentre sono operative e consapevoli del male presente. Sono degli assassini del tempo futuro. Concentrati sul reddito a breve termine.
- Per loro esiste solo il domani, al massimo il dopodomani. Quello che sarà il mese prossimo, o l’anno prossimo, non è affar loro. Ci penseranno (ai danni o ai profitti, non c’è differenza), se vivranno, i loro successori, i loro figli. La porta dell’ospedale che cura tutti allo stesso modo, inclusivo nel profitto, è invece sempre aperta e se sopraggiunge la malattia, si potrà morire al caldo, o al fresco, con aria condizionata, nel letto superaccessoriato di un bell’ospedale, zeppo di apparati forniti dagli stessi industriali del male, prodighi di offerte apparentemente “volontarie”, benefattrici. Mal che vada, ai malcapitati, per contingenze bancarie o di finanza di forza maggiore, che non portano all’ospedale o a una vita serena e dissoluta sulle pelle degli altri, resta la possibilità del suicidio individuale, di togliersi la propria pelle, il peso delle proprie colpe, dopo aver vissuto una vita al massimo del piacere possibile, effimero. Piacere fondato sul consumo totale. Anche di se stessi. Il danno preterintenzionale alla fine non è altro che il danno su se stessi, che rientra dalla porta di casa – rivestito con abiti di lusso – dopo averlo espulso dalla finestra – in camicia da notte.
- l’alto reddito plurifonte o della produttività del male. Nelle ZSAR il male produce reddito elevato – a più mandate – per i produttori di merci e di servizi, il tutto ad alto valore aggiunto grazie alla grande profusione di materie prime disponibili, “a latere”, ossia diverse dalle solite materie in uso – per tipo e modalità – di altre zone industrializzate o sacrificate. Queste nuove “materie prime” – fonti inattese – tipiche delle ZSAR sono i beni primari “abitati” (come l’acqua, il suolo, l’aria) e i corpi ospedalizzabili. Nelle ZSAR il consumo di “corpi primari”, siano essi biotici o abiotici, umani o non umani, diventa pane corrente (materia prima) per l’industria del profitto ad ogni costo, devastando territori e portando gli abitanti verso la forma più alta di industrializzazione capitalistica: la malattia industriale, l’esternalizzazione industriale del male, a scopo di ulteriore profitto. Il crimine ambientale e la relativa malattia sono industrializzate, più o meno consapevolmente, “a spanne”. Tale procedura industriale fa sì che ci sia un’alta autoredditività del male (il male produce male) e di fatto crea un “ciclo aziendalista del male”, alzando i profitti al massimo, facendo diventare la stessa cura un affare colossale su cui incassare denari, a ciclo continuo e senza paura di crisi. All’orizzonte, per tutti, solo il crollo totale. Questa convivenza politica tra «alto rischio per la salute» e «alto reddito pro capite» (specie per le classi dirigenti, al cui standard di vita tutti aspirano) caratterizzano le ZSAR tanto che nel Veneto – la Regione che fa capo e distrugge le stesse tradizioni di “umanesimo idraulico” della Serenissima Repubblica di Venezia, da dove scriviamo – è la prima regione al mondo avere istituito il Quinto Fattore di Rischio per avere contaminato in modo praticamente irreversibile la risorsa primaria dove vivono circa 800.000 persone, sottoponendo a regime ospedaliero di sorveglianza – per l’alto rischio di morbilità tumorale e mortalità – più di 100.000 persone [11]. Un affare colossale, senza precedenti.
- Qui si stanno costruendo i più grandi ospedali d’Italia – e cliniche private – e qui il profitto sanitario e farmaceutico supera di gran lunga – non per eccellenza, ma per “necessità” di lucro e di cura coattiva – il profitto medio di qualsiasi altra regione. L’alto rischio di patologie produce quindi una “deriva della cura”, divenuta fonte di ulteriore e “oltranzoso” profitto, dopo che, sempre qui, nelle ZSAR del Veneto, si aveva già ricavato profitto da merci potenzialmente pericolose, per gli scarti prodotti, quindi ad elevato reddito a causa dell’esternalizzazione di buona parte dei costi ambientali e sociali, sottratti dalla natura (vedi comparti conciario e del vino industriale, entrambi ad altissimo reddito) o dai corpi dei lavoratori (sfruttati, spesso migranti, precari, giovani), maestranze che dopo aver lavorato in condizioni di alto rischio diventano pure materia da curare. Le patologie saranno quindi curate in super-ospedali-super-attrezzati, inclusivi nel male industrializzato, devoti pure questi al profitto e al clima aziendale [14]. L’alto reddito pro capite (il ruolo di classe) è inversamente proporzionale al rischio di malattia, ma tutti coloro che vivono nelle ZSAR – a prescindere dalla scala sociale – ambiscono alla stessa fine: in un comodo ospedale o in una clinica privata a grande portata di inclusione e di relativa redditività pro-paziente. L’ospedale è diventato Azienda, industria, clinica d’affari: industria non tanto e solo locale, ma globale, transnazionale, che esporta conoscenze, macchinari, farmacopee. Qui abbiamo tra le più prestigiose aziende del farmaco e della chimica. Che creano contemporaneamente il tumore e il farmaco per curarlo. Miteni docet.
- Non solo. Abbassandoci di livello analitico, qui non si trascurano le conseguenze, sempre super-redditizie, per l’industria della fuga: lo stesso turismo nelle «zone paradiso» (mare, montagna, esotismi vari, o nelle SPA tutto compreso) fanno da contraltare all’inabitabilità delle ZSAR, generando ulteriori grandi profitti, lussi, o turismi omologati di massa, in zone protette dagli elevati rischi a cui sono sottoposti gli abitanti delle ZSAR. Depredando le stesse zone paradiso agli abitanti e alle tradizioni del posto, inquinandole culturamente. Facendo diventare la tradizione, folklore da sagra, per rallegrare i transfughi dalle ZSAR, spaesati come nessun altro, vivendo in un territorio sacrificato ricoperto di patine e narrazioni manipolate. Le Zone Paradiso sono la via di fuga dalle ZSAR. Sono Zone di Sacrificio ad Alto Reddito per partenogenesi, di seconda generazione e di livello inferiore, figlie delle prime.
- il crimine istituzionalizzato o del lavoro sporco legalizzato o della violenza silenziosa a norma di legge. Nelle ZSAR, diversamente da altre zone di sacrificio, la corruzione – corporativa e clientelare – è legale, il crimine è alla luce del sole, perché ha forma di legalità, sulla quale viene steso sopra un telo di opacità, di equivocità. Il crimine diventa sistemico, non più oscuro e invisibile: esso è solo opacizzato, ossia rafforzato dal silenzio di tutti, cittadini passivi e istituzioni. L’equivoco normativo diventa la norma.
- Una tautologia suicida. Che sfiora l’omicidio dialettico. Chi ne parla applicando la parresia, il parlar franco [15], tentando di smascherare, esautorare le “false” autorità, sarà soggetto a continue azioni di ostracismo “civile”, o giuridico, vere e proprie azioni depotenzianti o intimidatorie contro i cosiddetti “terroristi” ambientali o sociali. La violenza assume la forma del diritto, capovolgendo l’origine stessa del diritto: donare la forza per arginare la violenza. Contrariamente da quanto affermano certi psicologi [16], la violenza non è invisibile, ci si gira solo dall’altra parte. Perché essa è silenziosa e silenziata.
Le forme di queste crimine sono varie e potrebbero essere definite per la loro forte pervasività sociale, organizzata, legittimata, con il termine proprio di “mafia bianca” [17]. Tutto, o quasi, viene per via legale. Sono gli stessi organi decisionali politici – i piccoli e i grandi parlamenti – che permettono al crimine di introdursi nella società tramite forma di leggi, di delibere, di limiti premeditati. Il “limite di inquinamento” o di tossicità diventa una semplice, a volte articolata, procedura amministrativa: «un’amministrazione del male», operata da una catena di responsabili, firmataria. Questa “cor-responsabilità” criminale, sistemica, si può esemplificare nel concetto di “catena collusiva di responsabilità” a tre anelli: produttori (industrie) – permittori (politici) – controllori (amministrativi). Il grande crimine ambientale e sociale avviene proprio perché agiscono insieme. Da soli, il “crimine ambientale” – che è un crimine sociale all’ennesima potenza – sarebbe impossibile. O di dimensioni contenute.
- Il limite di sversamento di sostanze tossiche di fatto è un’amministrazione dell’inquinamento dove industrie e politiche trattano su questo limite spesso senza reale fondamento scientifico (ma solo politico), il quale limite permette di inquinare senza applicare i principi di precauzione o di prevenzione. Deciso legalmente il limite, avviene poi che l’anello del controllo non funzioni perché ai vertici di nomina politica vengono messi dirigenti-pedina dell’industria. Come scritto in PFAS.land – sulla catena di corresponsabilità – solo grazie alla premeditata collusione tra questi tre anelli accadono i grandi crimini istituzionalizzati caratteristici delle ZSAR, nonostante gli strumenti giuridici, normativi e rappresentativi siano molto alti. L’alta burocratizzazione fa poi il gioco delle tre parti: la legalità fittizia nascosta tra le carte diventa una barriera impenetrabile.
La politica riesce a fare ciò perché viene finanziata legalmente dai grandi potentati industriali, dalle industrie, che introducono milioni di euro nelle casse comunali o nelle campagne elettorali, nelle attività di lobbying, a fronte di uno scambio di interessi nel momento in cui i politici distribuiranno i permessi e i controlli. Le dirigenze della catena di corresponsabilità vivono a standard molti alti, ai quali tutti i sottoposti aspirano.
- Non di meno avvelenano tutti, anche i loro figli. Il senso di colpa e di danno preterintenzionale spesso viene alleggerito con opere di bene, di volontariato o di protettorato perdonistico tipico di terre ancora asservite ad antropologie e filosofie “arroganti”, sapienziali e assolutiste, soggette a influenze monoteistiche, o dotate di teleologie astratte, ultraterrene, o bassoterrene, quando ci si rifugia in distrazioni ad alto tasso di stupefazione (alcol, droga, gioco d’azzardo). Tutte premesse culturali e concause della violenza di queste terre. Il paradiso è sempre altrove.
Il lavoro e la vita dopolavoro sono diventate una cosa sporca, che ha inquinato alla radice le fonti stesse della vita. Le stesse relazioni tra le persone. La violenza si è fatto sistema, silenzioso e silenziante. Penetra lentamente nel diritto, nei corpi, nelle abitudini, nella psiche.
- A peggiorare le cose, nelle ZSAR, è il venir meno della vocazione dei “terzi corpi”, dei sindacati nel difendere i lavoratori, i quali sindacati, inquinati, addomesticati o ricattati dal lavoro, perdono ogni memoria storica del potenziale delle lotte di classe, di tutte le classi degli sfruttati e degli inquinati, contro i responsabili primi dei disastri sistemici: l’industria in mano ai grandi capitali, spesso extraterritoriali, internazionali o transnazionali, che non hanno nessuna conoscenza dei territori. La lotta delle classi sfruttate viene addomesticata nella domesticità del vivere quieto, accessibile a tutti, in misura diversa, nel quale vivere silenziato si nasconde l’ombra della complicità e del senso di colpa o impotenza, che ogni tanto affiora e rende tristi queste misere terre, umanamente parlando. Nelle ZSAR il lavoro è tutto e tutto si sacrifica sull’altare del lavoro: Dio, patria, famiglia. E per ultima la natura. Siamo arrivati alla morte – per mano propria – dell’articolo 1 della Costituzione Italiana. Come può essere una Repubblica fondata sul lavoro quando il lavoro porta alla morte? Forse prima del lavoro i costituenti dovevano mettere qualcos’altro, o aggettivare meglio la parola “lavoro”. Per suggerire ai costituzionalisti che esiste anche un dopolavoro non compromesso dal primo lavoro.
- l’inazione politica o della “rana bollita” [18]. Essa disattiva le istituzioni e gli stessi cittadini. La politica nelle ZSAR non è più in mano alle cittadinanze. Queste sono diventate passive e omertose, inerti, pur avendo tutti gli strumenti cognitivi, giuridici, per reagire alle violenze dell’ultimo capitalismo. I partiti politici, giocando a passarsi la palla delle responsabilità, di fatto non agiscono mai sui problemi primari. Parlano tra di loro, a compartimenti stagni. Così l’inazione pervade tutti i livelli e i cittadini hanno deciso di non interessarsi a niente perché tutto è perduto di fronte all’incapacità della politica istituzionale. Il voto elettorale stesso – piccola dose di attività – viene trascurato. Tutto vola via in superficie e la scienza non viene usata per scopi collettivi, ma solo per interessi privati o tecnico-applicativi.
- L’inazione politica è dovuta soprattutto alla deresponsabilizzazione delle classi dirigenti, compresi gli scienziati e i professori, che porta al clientelismo e servilismo diffuso. Tutti surfano in superficie sperando di raccogliere fondi, scopo principale della politica e della ricerca, senza interrogarsi sugli scarti di quei fondi. Il dialogo oppositivo – la solida opposizione che fa crescere entrambe le parti – è bandito dalla politica. Nelle ZSAR ci si culla nell’omertà collettiva, creando una specie di clima di sicurezza e protezione entro il quale tutti vivono le loro vite come fossero stanze parallele dove mai si incrocia il problema degli altri, sociale o ambientale che sia. Le piazze e le sale sono deserte di vita di relazione, piene di vita di distrazione. Si beve e si gioca, d’azzardo o per dimenticare, per non-pensare. La cultura è diventata uno strumento di imbonimento di massa – un bollitore di rane – usato dalla politica per spostare l’attenzione dai problemi concreti, sperando che “la bellezza salverà il mondo”.
- «Tutto è ovattato» [19], nel mentre le matrici primarie, profonde, o aeriformi, sono contaminate. Di fronte ad evidenze come fabbriche ritenute responsabili non vengono applicati gli strumenti giuridici – come il principio di precauzione – che porterebbero alla chiusura degli impianti. La classe medica, scientifica, tace. Politiche di prevenzione sanitaria e alimentare vengono occultate, ritardate, deviate. La classe educante – dirigenti scolastici, professori, maestri – è pavida e incapace di usare la libertà che la scuola offre. Tutti, come gli operai, gli stessi sindacati, vivono nel timore di perdere il posto di lavoro o di aver compromessa la carriera, l’ascensione sociale. Il ricatto occupazionale perde addirittura la sua forza, perché l’offerta di lavoro è talmente elevata, che ogni forma di trattativa al rialzo viene a scemare. Vige, come norma consuetudinaria, la mediazione al ribasso, la compensazione, su tutto ciò che è un problema. Non esiste mai una soluzione seria al problema. Bisogna supinamente accettarlo e girare la testa dall’altra parte. O solo spostarlo di matrice o di senso. I sensi diventano ottusi e le persone non reagiscono più. Ogni forma di educazione alla percezione – di resistenza percettiva – viene limata via.
L’inazione, di per sé una non-azione consapevole (forma superiore della passività), è il verbo delle ZSAR. Sulla quale si riflette l’ombra di una società sempre più triste, asociale, rancorosa, perché complice e tradita.
- La cittadinanza passiva vive quotidianamente il tradimento della politica, delle istituzioni. L’inazione politica dimostra il fallimento della società in cui si vive. Il preannuncio del crollo sistemico, della bollitura finale, dopo essere stati immersi per decenni nel brodo politico di fine capitalismo che porta tutti ad essere delle rane bollite, progressivamente anestetizzate, narcotizzate, inerti, senza più capacità di reazione.
Viaggiare di sera tra le ZSAR è come entrare in uno stagno caldo dove il gracidio collettivo ha smorzato ogni palpito di vita reattiva e creativa. Tutto sa di cultura bollita.
- il basso reddito di conoscenza e belligeranza o della ignavia morale. Esso fa da contraltare all’alto reddito bifronte, o plurifonte, di comunità ricche e maggioritarie. Nelle ZSAR, pur avendo tutti gli strumenti cognitivi e culturali che portano alla conoscenza, la popolazione preferisce non-sapere. L’omertà cognitiva collettiva diventà omertà costitutiva e istituzionale. La capacità di produrre reddito grazie al grande accumulo di saperi e di tecniche ha superato la necessità di sapere come funzionano le cose. Ci si affida totalmente ad altri, o a saperi remoti, delegati, senza verificare o falsificare. Il vivere bene e sicuri ha addomesticato anche le facoltà intellettuali. La cultura è diventata spettacolo servile, imbonimento, intrattenimento superficiale, come la politica. Guidata dalla stessa politica. Non è più la cultura ad ispirare la politica, ma è la politica a “istruire” la cultura. Le università sono serve di questo imbonimento/asservimento collettivo.
- Nei ruoli istituzionali – università e ospedali, solo per citare l’inizio e la fine – le nomine sono tutte politiche [20], senza più la verifica sul campo della materia e della passione. Nei posti decisivi vengono messe “autorità” fittizie, surrogate, serve del potere. I programmi scolastici e gli stessi professori non hanno più alcuna connessione con i territori e riproducono la cultura dettata dai grandi interessi. Che spesso sono grandi silenzi. Si vive tutti in una bolla di non-belligeranza e il belligerante viene subito messo alla gogna, mediante ostracismi, denunce, processi, marginalizzazione.
Nelle ZSAR la domus – la casa, il “signore” (lat. dominus, padrone, da domus), la vita servile senza conflitto “politico” – ha preso il sopravvento. Si combatte solo nelle ore di lavoro, per il proprio reddito e per la propria carriera, poi appena si è a casa o al bar, aperitivo, basta. Al massimo si parla male degli altri e di chi si impegna anche nel dopolavoro o è senzalavoro, accusando i pochi attivi di alzare troppo l’asticella del reddito di conoscenza e di belligeranza. Di dis-turbare. Il “complesso” viene confuso con il “complicato”. Le unità di misura diventano intercambiabili e spesso si parla “a spanne”. Si semplifica, nel bene e nel male, e si banalizza, tutto. L’opacità intellettuale è il clima, l’atmosfera desiderata. L’ignavia morale, la conseguenza. La serietà – nelle relazioni sociali – è un’opzione indesiderata. La lettura di sostanza, un optional. Le geografie concrete, abbandonate.
- Tutto è una barzelletta, per ridurre la passività diffusa all’unica azione possibile: riderci sopra, poiché «i pessimisti non fanno fortuna» [21]. L’unico momento di conoscenza e belligeranza sono il voto o la critica al tributo passivo, alle tasse. O alle partite di calcio (o tennis, ciclismo, et sim.). Nulla più. Al massimo si confonde l’attivismo civile con il volontariato di facciata, con la carità, la via più breve per rendere passiva la società e metterla al servizio di coloro che creano le condizioni della miseria. I caritatevoli sono spesso i maggiori complici del male. Si lavano le mani con una semplice moneta o il perdono della domenica. Senza alcuna reale opposizione al male.
- NMN. No More Nimby o della colonizzazione di ogni cosa, di se stessi, del “Nord del mondo”, del proprio giardino. Le zone di sacrificio classiche sono di solito nel terzo mondo o nelle zone marginalizzate del primo e secondo mondo, il cosiddetto Sud, periferie del mondo o delle città, zone dimenticate da Dio, dal diritto, dalla conoscenza. Qui si portano e si portavano gli scarti del primo mondo. Ora non più. Nelle ZSAR il capitalismo ha scoperto una fonte di reddito all’ennesima mandata, potenza. Ancora più redditizia. Estraendo valore dai propri giardini, si possono creare fonti di reddito inattese: di materia, di cura, di fuga. Il bel giardino di casa propria resta quindi solo un’apparenza. L’ultima. Neppure qui ci si può più rifugiare, perché i responsabili e i cittadini passivi delle ZSAR sanno che l’inquinamento e la devastazione delle risorse primarie non hanno confini, neppure artificiali.
- Se si apre il rubinetto di casa, esce acqua chimicamente contaminata; se si esce in giardino, si respira aria fetida; se si comprano cibi del territorio, sono contaminati pure essi. Non c’è artificio che possa contenere tutto ciò che questi territori nel loro ventre portano con sé. L’economia circolare del male prodotto entra ovunque. Si tenta di filtrarlo, di depurarlo, ma poi rientra nel proprio giardino attraverso vie incontrollabili, perché di fatto hanno perso il controllo del loro stesso prodotto. Non resta che chiudersi in ambienti protetti, rifugiarsi altrove. Ecco che il turismo nei paradisi naturali, tra alberghi di lusso in montagna o al mare, o nelle turisterie di massa, dona a loro, a chi può, la speranza che tutto può continuare così, fin quando la malattia non colpirà i loro organismi, i loro cari, e sopraggiungerà, artificiale anch’essa, super curata, la morte. Dopo una vita da schiavi.
Nelle Zone Paradiso – gli abitanti delle ZSAR – si concedono un po’ di pausa, prima di rientrare nel giardino contaminato di casa propria. In questo modo, per la prima volta nella storia del capitalismo, esso ha colonizzato se stesso, il Nord del mondo, il proprio giardino. Una volta si colonizzava solo il Sud. Oggi avviene l’autocolonizzazione, il nuovo schiavismo – superficiale, leggero, ma concreto – autoinferto alle popolazioni delle ZSAR, le quali vivono fugaci illusioni di libertà durante le ferie nei paradisi naturali o artificiali: null’altro che stratagemmi che il consumo totalitario produce, per le masse e le elite, omologate dallo stesso sistema.
- L’ultima fase del capitalismo ha reso uguali le élite e le masse nell’essere parimenti schiavi. L’unico, finale e fatale, miracolo del capitalismo. L’annuncio della sua morte.
- il suicidio collettivo o dell’accumulo biocida, diffuso a tutto l’esistente. Nelle ZSAR il suicidio collettivo [22] viaggia sullo stesso piano inclinato del suicidio individuale, con l’aggravante dell’inerzia di massa. Suicidi per default economici o esistenziali, tipiche delle società alienate quali sono quelle capitalistiche o in condizioni simili causate da altre fratture gerarchico-competitive, qui si accompagnano con un suicidio silenzioso a livello sociale, collettivo.
- Si sa che si vive in area ad alto rischio patologico, fisiologico e psicologico, e che si andrà incontro alla morte, anche se non individuale, se si è ottimisti e fortunati (come argomenta il libro citato scritto dal politico “di poco conto e di tanta fortuna”): la morte di qualcuno tra i tuoi vicini, che vivono nella tua stessa zona di sacrificio. Qualcuno morirà in modo prematuro, per malattia o per esaurimento nervoso, tu stesso o i tuoi figli o i tuoi vicini. Ma si continua lo stesso, sperando che non accada e se anche accadesse si spera sempre in qualche soluzione post-vita. Anzi, finalmente è finita. La vita da schiavo. Si risorgerà, anche senza speranza nella resurrezione, liberi, da morti. Nelle ZSAR la morte non è più un tabù. È desiderata, accettata, stilizzata. Resterà almeno – nello stilema della morte annunciata – una traccia sporca della nostra vita.
- “Lo si sa” perché tutti sono consapevoli di vivere in zone altamente tossiche dove le stesse sostanze non sono più degradabili e si accumulano negli organismi. Neppure se si scappa nelle “zone paradiso”. Non c’è via d’uscita nelle ZSAR. L’accumulo del male te lo porti con te. C’è un’oscura consapevolezza di questo suicidio collettivo. Si vive spaesati circondati da una sentimento collettivo di tristezza.
L’accumulo biocida è una costante delle ZSAR. Proprio per questo sentimento diffuso, esse sono le “terre dell’abbandono” morale, dove le madri hanno smesso di fare le “mamme” – combattono!, “incazzate”, riconfigurando, ahinoi, i simboli maschilisti – e i padri sono tutti o a lavorare, o al bar, o a prostitute, o a fare opere di volontariato, quanto mai necessarie se non fossero spesso solo opere caritatevoli per lavarsi la coscienza dall’onta di vivere in zone di degrado morale collettivo.
- Come detto altrove, qui si vive in zone perse e contaminate per sempre. C’è la sensazione che qui si può fare di tutto. E se anche il male è grande, l’alto reddito pro capite – spalmato sulla collettività suicida – permette di curarsi nei super-ospedali che diventano centri della “grande cura finale”. Se si ha la coscienza sporca, si potrà sempre chiedere perdono ed elargire il resto del patrimonio accumulato – a spese di morte e malattia pagate – sul letto finale. Caldo e accogliente. Pure la morte – nella collettività del suicidio – viene addomesticata, privando della sua creatività il suicidio individuale, personale. Si va tutti incontro alla morte collettiva, senza speranza, se non quella di una buona cura finale. E di una volgare traccia finale. Morire con stile. Ma lo stile cercato è il contrario della creatività. La morte è l’ultima moda del capitalismo. Per fare soldi, ovunque. Anche prima di mettere piede nell’al di là. Basta osservare l’opulenza retorica e materiale dei riti funebri.
- lo spaesamento spazio-temporale o dell’astrazione del/dal terrestre. Lo spaesamento appare come sentimento inconfutabile di queste zone, sia nel suo aspetto spaziale – l’assenza di geografia – sia in quello temporale – l’assenza di storia. Non si conoscono le geografie né le storie dei propri territori. Si vive sopra ad essi come fossero tavole astratte, artifici senza memoria e senza senso. Dove la passione del vivere non può attecchire. Uno degli indizi maggiori di questo malvivere è la soppressione di un sentimento atavico e fondamentale per i terrestri (terrestrial), quello della nostalgia, della mancanza di una casa atavica, del sentimento nostalgico di spazi e tempi andati.
- Questo fondamentale sentimento provoca stati emotivi legati spesso al desiderio di recupero e alla conseguente vergogna per la perdita di alcune consuetudini, come i ritmi e i modi della vita contadina, precedente alle ultime fasi del capitalismo. La nostalgia nelle ZSAR è sostituita da un senso di “perdita irreparabile”, perché quel mondo – quello contadino – è da sopprimere, per la sua povertà e miseria, rispetto alla ricchezza e abbondanza di oggi. Non ci si deve vergognare, ma dimenticare. Tale mondo non è da salvare. Ma da negare. La vergogna viene sostituita dalla tristezza, tipica di chi si sente impotente e portato alla deriva.
- Nelle ZSAR le persone sono tristi, anche quando sono ricche e benestanti. E se non sono tristi sono alterate, arroganti, aggressive. Felici di una gioia esagerata, edulcorata. Perché hanno perso la loro umanità. Sono spaesati – senza radici di terra e di cammino – rispetto al mondo. La loro umanità si è fatta arrogante. The Human Arrogance [23], come noi traduciamo la Pre-potenza Umana quale categoria superiore e comprensiva del capitalismo, il quale non è altro che una delle sue forme sistemiche più terribili. La più, se porta allo spaesamento totale. Il pagense latino, il “cippo fissato in terra” che segnava il limite su cui fermarsi o il confine da attraversare per trovare nuovi orizzonti, è scomparso. La porta del viaggio verso l’alterità è stata sostituita dal viaggio/villaggio organizzato nelle “zone paradiso”. Dove il limite non esiste. E neppure il confine. Ma solo il fine. Che ha sussunto i mezzi.
- la spannometria intrinseca alle cose e alle persone o della disfunzione cognitiva-informativa-creativa. Alla base di tutte le caratteristiche citate sopra c’è il carattere di fondo, tipico, latente, delle ZSAR: il fare le cose, pure gli affari, a spanne [22], senza precisione e relazione con il contesto, l’importante è andare avanti, ad ogni costo. Anche quello dei tuoi cari, delle tue terre, perfino di te stesso. Bisogna vivere tutto subito, senza qualità. Ma in quantità. Ma se anche fosse di qualità, la vendibile “eccellenza”, bisogna farlo senza riserve o conto di danno o di conseguenze. Il carattere spannometrico, o spannografico (quando si fa opaca scrittura burocratico-istituzionale), risulta fondante dell’alterazione della percezione. Che diventa poi cognizione disfunzionale, calcolo spannometrico.
- Il lasso percettivo lo si trova ovunque, nelle parole, nei progetti, nelle misure, nelle unità di misura, spesso alterate meditamente (un vero e proprio inquinamento della percezione, un inganno semantico [24]) per rendere ancora più spannometrica la percezione di quanto non sia già l’intenzione. Il fare affari a spanne, inanellando ordini di grandezza, specie nei denari, che da migliaia, diventano milioni o miliardi, come fossero caramelle contabili – perdendo ogni senso di misura e di concretezza con la materia di cui il denaro dovrebbe essere espressione [25] – è il carattere tipico del capitalismo giunto alla morte. Sconnesso alla terra. Fondato su un credito inesistente. Su contratti fatti solo di carte (o dati digitali, oggi) ammonticchiati. Gestiti da superburocrati, astratti dalla materia e dalle cose. Semi-ignoranti.
La semi-ignoranza del carattere spannometrico fa più danni – ecco il danno preterintenzionale – di una pura e totale ignoranza di sapere [26], perché pretende di sapere anche senza aver studiato o di averne la competenza, solo per sentito dire. È un agire alla cieca. Senza dimensione.
- L’agire e il pensare a spanne [27] – la disfunzione cognitiva giunta al livello sociale – è la fonte primaria per far attecchire i grandi profitti del male industriale. Spesso questo mood è premeditato dai grandi poteri e si accompagna da vere e proprie campagne di manipolazione informativa, di disinformazione, poi veicolata in misinformazione, ossia “spannograficamente”. Di fondo resta il credo in un razionalismo ingenuo e illimitato – risolutore di tutte le cose – che resta tale solo perché questo raziocinio infinito – il “ragioniamoci sopra”, sempre del citato governatore delle Zone di Sacrificio del Veneto – non si mette alla prova concreta dei fatti. Su questo aspetto teologico ed escatologico – utilitarista – del razionalismo si fonda tutta la teoria economica del capitalismo, che i fatti oggi dichiarano – nelle ZSAR – morto. Ricordiamo che nel dollaro americano – il padre di tutti i denari – c’è scritto “In God we trust”. Dopo aver ucciso in questo modo Dio, gli Spannoveneti ipercapitalisti hanno ucciso perfino la “natura”, considerata futile materia da usare a spanne, dimenticandosi che la dimensionalità tra le cose è la dimostrazione del metro reciproco dello stare al mondo e di vedere il mondo. Qui l’uomo di Marcuse [28] ha raggiunto la zero dimensione. Ha ucciso ogni forma di dimensionalità, accecato dal profitto. La spanna davanti agli occhi rende opaca la coscienza. Giustifica la sconnessione. Si vive in un mondo opaco, ovattato, filtrato.
La perdita di dimensionalità del carattere spannometrico si evince nell’opacità delle persone, delle cose, delle istituzioni. Le parole nelle piazze e le scritture istituzionali sono dense di zone opache, di espressioni esagerate, gergali, scollate, ricche di tessiture incomprensibili messe in opera dai burocrati del capitalismo: schiere di avvocati, ingegneri, scienziati, preti, professori, autori, artisti, tutte intelligenze al soldo del potentato di turno. Le loro opere non sono mai trasparenti. Hanno sempre un secondo fine. E se vuoi “leggerle” devi chiedere di accedere agli atti di trasparenza. Negli archivi pubblici secretati dal potere. Fare una tomografia forzata, togliere i vestiti di protezione. Allora scoprirai il tumore. «Ragionamoci sopra» [29].
- Se le ZSAR nei confronti del mondo capitalistico sono l’espressione tumorale della disfunzione, la spannometria è il cancro insito nell’intelligenza e nella creatività, premessa alla patologia disfunzionale di cui sopra, che porterà alla morte il capitalismo, per sua stessa mano. Avendo inscritto, di fatto, nel suo genoma culturale, l’interferenza metabolica biotica. La morte della vita nel suo essere dimensione.
COSA O COME FARE
«Attenzione. Ci stanno uccidendo giorno dopo giorno.
Nelle zone di sacrificio muoiono persone.
Come cani avvelenati.
Silenti».
Collettivo PFAS.land 2024
C’è solo una cosa da fare. Allargare la frattura, la faglia, per far crollare il sistema. Accelerare il crollo. Consegnando ai giovani percorsi prefigurativi di un nuovo mondo, come molti altermondialisti hanno saputo fare, creando reti di futuro di rinascita sociale e di rispetto ambientale. Agire collettivamente e strategicamente sulle ZSAR diventa oggi una priorità globale per tutti gli attivisti del mondo, che possono finalmente far crollare il sistema capitalistico.
Bisogna bloccare e/o riconfigurare tutti i dispositivi di sacrificio [23]: finanze, borse, banche, basi militari, grandi opere inutili, comparti industriali intensivi. Senza compromessi e senza compensazioni. Sottolineando le contraddizioni – le mediazioni al ribasso – dei nostri stessi compagni. Mettendoli alla corda della sospensione di fiducia. Per evitare di creare “zone sotterfugio”.
Solo in questo modo le fratture diventano faglie e il sistema crollerà. Nel cuore delle ZSAR già stanno nascendo punti di rinascenza che andranno a sostituire progressivamente ed evolutivamente le macerie del capitalismo. In Italia, ad esempio, territori sottratti alle mafie del capitalismo storico (un misto di corruzione e collusione tra poteri e istituzioni) vengono “liberate” e consegnate nelle mani dei giovani per nuovi scenari anticapitalistici, dove il mutuo appoggio ha sostituito la competizione selvaggia tipica dell’epoca capitalistica. Competizione non più nelle selve naturali, ma nelle selve dell’artificio e della disumanità.
Nelle città delle ZSAR nuclei di pratiche rifugio già irradiano la loro autorità positiva (autorialità) alle fragili autorità istituzionali.
Questi punti tessuti insieme (Zone Rifugio, dove ripararsi dai crolli), quando saranno la maggioranza in un territorio (rispetto al corporativismo dell’associazionismo capitalista), agiranno come rete di bonifica (irradieranno la loro positiva autorità/autorialità) e porteranno di fatto fuori quel territorio dal capitalismo per vedere finalmente sorgere una nuova era dove l’economia sarà messa al servizio dell’ecologia, per uscire insieme dall’oikos, dalla casa, e comprendere che la “casa” stessa è una prigione se non la si abita solo per quello che serve, e non come fine ultimo dell’esistenza. L’esistenza è là fuori, nel concerto e nella complessità, nelle assonanze e nelle dissonanze delle relazioni tra le mille creature, biotiche e abiotiche.
Quest’era post-capitalistica e post-ecologica potrà assumere diversi e ancora non prevedibili nuovi nomi, ma avrà una caratteristica comune per quanto riguarda questo tema: non avrà più zone di sacrificio, né a basso reddito (prima fase del capitalismo), né ad alto reddito (ultima fase), perché il sacrificio massivo degli esseri viventi e degli enti non-viventi è proprio la caratteristica del capitalismo. Potremmo chiamarle zone decapitalizzate o zone diversamente umane (dopo la brutta epoca umano-capitalistica) o zone di mutuo habitat, essendo il concetto di habitat molto più elevato del concetto di casa, di oikos, legato certo, pure questo, all’ecologia comunemente intesa, ma che lo supera. La frontiera del nuovo mondo complesso, organico, rispettoso, pluriverso, sarà l’habitatologia (che supera l’oikos ecologico ed economico). Al quale concetto rimando per nuovi pensieri. Come al concetto di sacro – il pre-sentimento laico del limite – per capire meglio lo stesso concetto di sacrificio, tema principale di questo scritto.
In estrema sintesi, per evitare che il capitalismo si rigeneri mediante le sue straordinarie capacità ri-creative che sacrificano tutto, in particolare le zone periferiche del mondo-capitale, oggi che abbiamo visto una frattura nel suo cuore, la parte ricca, quella «frattura» va fatta «faglia». Dalla faglia, il crollo.
Dalle ceneri del capitalismo nascerà una nuova società. Giusta, ecosociale, di nuovo habitabile, libera [30].
Alberto Peruffo, da Montecchio
27 luglio 2024
NOTE E BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Serge Latouche. L’invenzione dell’economia, Bollati Boringhieri, 2010. ↩︎
- Il problema del capitalismo, messo sotto scacco dal poco digeribile termine “decrescita” usato da Latouche, non è la «crescita infinita», ma l’«economia infinita», considerata dagli economisti la regina assoluta delle discipline del vivere. Latouche stesso userà poi l’espressione “abbondanza frugale” per superare i limiti semantici della decrescita e per tarare meglio la “crescita infinita”, baluardo dell’economia come “scienza del profitto”, una delle nostre peggiori “invenzioni”. Ne consegue che altri parametri – potenzialità umane, socialità, creatività, redistribuzione delle risorse, diritti – possono “crescere” in condizioni di “abbondanza frugale” o di “post-scarsità”, per usare un termine e un percorso molto simile teorizzato da Murray Bookchin. ↩︎
- Si pensi alle “colture” o alle pratiche sistemiche precapitalistiche come quelle degli antichi “imperi” d’Occidente, o di Oriente, o latinoamericani. Per The Human Arrogance, la Pre-potenza umana, si veda nota 23. ↩︎
- Suggestivo il saggio di Jean-Paul Galibert, Suicidio e sacrificio. Il modo di distruzione ipercapitalistico, Stampa Alternativa, 2014. ↩︎
- Restando agli umani, all’interferenza endocrina multilivello, con qualche esplorazione su altre matrici vegetali e animali, si veda il recente PFAS. Una contaminazione persistente, pervasiva e pericolosa, a cura di Vincenzo Cordiano e Vitalia Murgia, ISDE, 2024. ↩︎
- Friedrich Nietzsche. La Gaia Scienza, 1882, Adelphi vv.ee. ↩︎
- Aristotele. La metafisica, A3, 983 b sgg. Aristotele aggiunge: «ciò da cui derivano originariamente e in cui si risolvono da ultimo tutti gli esseri». Sulla prima proposizione della civiltà occidentale si veda Storia della filosofia antica, di Giovanni Reale, Vol. I di V, p. 54, Vita e Pensiero, 1987. ↩︎
- People have shaped most of terrestrial nature for at least 12,000 years, Ellis et al. PNAS (2021). ↩︎
- Due pensatori su tutti: Renato Cartesio e Thomas Hobbes. Come anticorpi vedasi Karl Popper e Konrad Lorenz, che con il loro razionalismo critico, fondato su esperienze di vita e i limiti della scienza, inertizzano la violenza delle società chiuse e ogni dogmatico storicismo, teleologico o escatologico che sia. ↩︎
- La “frattura metabolica” di John Bellamy Foster attribuisce a Karl Marx il teorema della rottura tra la società umana e il resto della natura a causa della produzione capitalista. In Karl Marx tuttavia la rottura di questo metabolismo è solo accennato e piuttosto immaturo e nebuloso: se rimanessimo alla sua fonte – gli studi sulla perdita di fertilità del suolo del contemporaneo chimico tedesco Justus von Liebig – questa “rottura irreparabile” sembrerebbe riservata solo all’aspetto “abiotico” della natura, alla “vitalità del suolo” (vedi Cap. 47, Vol. III Part VI de Il Capitale). La frattura nelle ZSAR è invece soprattutto “biotica”, e si fa faglia metabolica a tutto tondo: il non plus ultra della rottura dell’equilibrio tra società umana e natura vivente (oltre alla non-vivente), di cui l’umanità stessa è parte integrante. Per questo si parla di suicidio collettivo: il capitalismo uccide soprattuto se stesso e le creature con le quali viene in contatto, non tanto o solo la “vitalità” della natura abiotica, non-vivente. ↩︎
- La Regione Veneto nella zona ad alto rischio, oggetto di studio, ha avuto 4000 morti in più solo per uno dei fattori inquinanti (il Quinto Fattore PFAS, poi citato), negli ultimi 40 anni: All-cause, cardiovascular disease and cancer mortality in the population of a large Italian area contaminated by perfuoroalkyl and polyfuoroalkyl substances (1980–2018), Biggeri et al. Environmental Health (2024). Per l’«umanesimo idraulico» si veda tutto lo straordinario lavoro di ricerca e difesa delle acque del Prof. Francesco Vallerani, docente a Venezia e a Padova. ↩︎
- Per gli organismi geneticamente modificati si può invece parlare di modifiche volontarie, per scopi industriali-alimentari, teoricamente sotto il controllo della scienza. Quindi di nuove funzioni (volontarie), e non di disfunzioni (involontarie). ↩︎
- Suggestiva la definizione del sociologo Luca Ricolfi, La società signorile di massa, La nave di Teseo, 2019, per dare nuova lettura al fenomeno dell’opulenza di massa, ultimo gradino delle società del consumo dove le classi si sono omologate sulle stesse aspirazioni e sugli stessi standard di consumo, insostenibili. ↩︎
- indizievole che gli Ospedali non si chiamino più tali dal 1992, ma Azienda Unità Locale Socio Sanitaria (AULSS), per rendere più autonomi ed efficienti le strutture sanitarie pubbliche, dove dietro all’intenzione dell’autonomia regionale si nascondono enormi interessi privatistici e carrieristici “aziendalisti” sottratti al controllo pubblico nazionale, in mano ai manager di turno. ↩︎
- Sulla “parresia”, conseguenza della “resistenza percettiva” degli attivisti più radicali, si veda Terra delle mie brame, di Gabriele Fedrigo, Libreria Editrice Fiorentina, 2024. ↩︎
- Adriano Zamperini, Violenza invisibile, Einaudi, 2023. ↩︎
- Vedasi il docufilm Chemical Bros, di Massimiliano Mazzotta, 2022. ↩︎
- Prendo in prestito dal testo del punto 15, la metafora della “rana bollita” di Noam Chomsky, per offrire altro nome per l’assuefazione progressiva al male che porta all’inazione politica. ↩︎
- PFAS. Gli inquinanti eterni, Altreconomia, 2024, di Giuseppe Ungherese, tra i leader di Greenpeace Italia. Nel libro un capitolo è dedicato proprio alle zone di sacrificio, ad alto reddito, dopo la nostra prima formulazione del 2021, a cui si rimanda. ↩︎
- Caso eclatante: alla Direzione di Medicina del Lavoro dell’Università di Padova è stato nominato Angelo Moretto, tossicologo consulente di multinazionali come l’Ilva di Taranto e la Miteni di Trissino, aziende responsabili di due delle più grandi zone di sacrificio italiane, il Veneto centro-occidentale e la città industriale di Taranto. Si veda anche «Chi inquina paga, o no?» I casi DuPont e Miteni, Quaderni Il Mulino, 2022, di Alberto Lanzavecchia, Alberto Peruffo, Matteo Telatin. ↩︎
- L’agghiacciante titolo del libro del “governatore” del Veneto, Luca Zaia, Marsilio Editori, 2022. Come se lo scopo della vita fosse fare “fortuna”, schei (soldi). Sulla pelle degli altri, i sfortunati, spremuti dal tardo capitalismo veneto, tutto concentrato su monocolture, grandi opere, inquinamenti chimici sistemici. ↩︎
- Da noi chiamato “suicidio del territorio”, vedi Alberto Peruffo, Non torneranno i prati. Storie e cronache di Pfas e Spannoveneti, Cierre Edizioni, 2019, 2021. ↩︎
- Alberto Peruffo, Forbisage. Capitalism must be stopped, not reformed, ZMagazine (Monthly Review), 2023. ↩︎
- il nostro collettivo di studio e ricerca PFAS.land ha documentato in vario modo questo inquinamento percettivo, usato nelle unità di misura, o nei lemmi. Nel primo caso rientrano i dati sui contaminanti presentati con ordini di grandezza, equivocabili, da parte di ARPAV o di altri istituti di controllo (microgrammi al posto di nanogrammi per quanto riguarda alimenti, acqua, aria: dire 1 e dire 1000 per la percezione non è la stessa cosa); nel secondo caso rientra l’inganno semantico nell’uso di termini come “vivificazione” (a valle) al posto di “diluizione” (a monte), per giustificare gli scarti del Tubone Arica dove confluiscono i reflui di tutto il comparto conciario delle Valli dell’Agno e del Chiampo (cambia il “nome”, ma la diluizione e il crimine ad esso sotteso, quindi nascosto, sono sempre i medesimi). ↩︎
- Già Giorgio Agamben, in Benjamin e il Capitalismo, Lo Straniero 2013, argomento ripreso in Creazione e anarchia. L’opera nell’età della religione capitalista, Neri Pozza, 2017, ci spiegò la morte del denaro – preludio a quella del capitalismo – causato dalla dissociazione dalla materia, avvenuta il 15 agosto 1971, quando Richard Nixon dichiarò sospesa la convertibilità del dollaro in oro. ↩︎
- Umberto Eco, Pape, Satàn, Aleppe, La nave di Teseo, 2020. ↩︎
- Tipica misura veneta dell’imprecisione. La spanna di una mano non è il pollice e neppure il piede, altri parametri antropici molto in uso nel linguaggio popolare, divenuto scientifico. La “spanna” è la consapevolezza del dire le cose per approssimazione, con una percentuale molto bassa di verità, sufficiente per convincere l’interlocutore. Tipica di tutte le fake news, per usare un’espressione corrente. Vedi Alberto Peruffo, cit. nota 22. ↩︎
- Herbert Marcuse, Uomo a una dimensione, Einaudi, 1967. L’opposto dell’uomo a zero dimensione, è l’uomo pluridimensionale che emerge tra le pagine di Fernando Pessoa, specie nel Libro dell’inquietudine, quando fa dire a Bernardo Soares, suo eteronimo: «io ho la dimensione di ciò che vedo». Preludio all’Essere, “essere” la dimensione di ciò che vediamo, sentiamo, esperiamo, quando le nostre facoltà percettive-cognitive-intellettive non sono state rasate al suolo dai dettami del capitalismo o di altre arroganze sapienziali umane. «Io “sono” la dimensione di ciò che vedo», superando l’habito, l’habitat, dirà l’uomo maturo di Pessoa sul fronte della morte naturale, senza la cura artificiosa del profitto o della promessa eterna. Dissolta la dimensione, dissolta la capacità dell’uomo di creare realtà, la sua stessa esistenza sarà assorbita dal ciclo provato delle altre esistenze, che continuano dopo la nostra morte individuale, attestate dalle altre coscienze rimaste in vita. Il paradosso della devastazione, filosofica. Un campo di difficile accesso. Soprattutto per gli uomini che hanno perso ogni dimensione, in vita e pensiero. ↩︎
- Luca Zaia, Ragionamoci sopra. Dalla pandemia e all’autonomia, Marsilio Editori, 2021. Straordinario già nel titolo citato, il padre della “spannografia”, quando tentò di mettere “spannograficamente” i limiti alle sostanze chimiche che stavano devastando il Veneto, dopo anni di laissez faire, nel 2016. Anche il Covid, tema del libro, fu gestito a spanne, non solo in Veneto, con centinaia di morti che si sarebbero potuto salvare. Il “governatore” del Veneto “fece fare” 2 milioni di mascherine anticovid, con alette a farfalla, e Leone Marciano, davvero ridicole, spannometriche, presso un celeberrimo e quotatissimo editore-stampatore, sempre preso tra le “eccellenze” del Veneto, andato sulle cronache per uno dei peggiori casi di caporalato della storia italiana recente. Ragionare solo sopra alle cose evidentemente fa male. Non solo alle cose, ma pure alle genti. I dati di mortalità assoluta per PFAS e Covid non sono spannometrici. ↩︎
- Murray Bookchin, L’ecologia della libertà, 1988, 2017, eléuthera. ↩︎
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consegna elaborata da ALBERTO PERUFFO il 27 luglio 2024 a seguito dell’incontro del 14 giugno 2024 durante la resistenza al Bosco Lanerossi di Vicenza.


Verificata da Redazione LPDE
prima pubblicazione 27 LUGLIO 2024
revisioni 12 agosto 2024
Immagine cover di Stefano Zattera, Supermarket 50×70 cm acrylic, 2002.
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ALBERTO PERUFFO da Montecchio è attivista e coordinatore delle lotte nei territori contaminati dove ha vissuto, il “mitico Nordest” italiano, Veneto, regione iperproduttiva, ma anche epicentro di derive identitarie e di economie di morte. È autore del libro Non torneranno i prati e fondatore/curatore del Laboratorio Politico di Ecologia e del gruppo di lavoro PFAS.land contro i crimini ambientali. Laureatosi a Padova tra le facoltà di Filosofia e Biologia negli anni 90, con un pionieristico percorso sperimentale interfacoltà, segue attualmente i lavori dell’Institute for Social Ecology, e partecipa a gruppi internazionali su pratiche di ecologia radicale e confederalismo democratico. Come artista sociale e politico ha partecipato, diretto e ideato molte operazioni artistiche, curatele, collettivi di regia, azioni corali, confluite negli archivi di Casa di Cultura C e NCPP. Come alpinista esploratore ed editore dei margini (Terre Alte e Contaminate) ha una pluridecennale esperienza di livello nazionale e internazionale, documentata in decine di articoli, riviste, libri, spedizioni, collaborazioni.

8 pensieri riguardo “ZONA DI SACRIFICIO AD ALTO REDDITO [ZSAR]”